L'emigrazione temporanea associata a mestieri ambulanti era fino alla prima guerra mondiale ed in parte anche dopo uno dei caratteri tradizionali della Slavia Veneta. Tra le forme economiche più antiche e diffuse in questo campo di attività era quella del commercio ambulante che nella parlata slovena delle valli beneciane prese il nome di “guziranje”, mentre coloro che lo svolgevano erano detti “guzurauci”. I termini furono adottati dal tedesco hausieren e Hausierer e denotano indirettamente le aree geografiche entro le quali gli ambulanti beneciani tendenzialmente si muovevano offrendo per fiere e mercati, ma soprattutto da porta a porta in maniera capillare le proprie mercature. Sostanzialmente i paesi dell’Austria e dell’Ungheria, dunque, anche se non mancavano gli sconfinamenti nelle aree balcaniche ed esteuropee. In Austria – di cui del resto la Benecia faceva parte integrante dalla dissoluzione della Repubblica di Venezia fino all’adesione plebiscitaria all’Italia Unita del 1866 (tolte le parentesi napoleoniche) – il commercio ambulante era alquanto diffuso e regolato da precise norme legislative, riguardanti per l’appunto gli Hausierer ed il loro modo di operare per rifornire anche le più profonde e discoste campagne di merci altrimenti difficilmente reperibili. E’ a questa legislazione e alla necessità di munirsi dell’apposita licenza che si deve con ogni probabilità l’entrata del termine guziranje e guzirovci nell’uso corrente del dialetto beneciano.
Il commercio ambulante come pure altri mestieri ed attività lavorative che prevedevano una qualche forma di emigrazione temporanea erano tipici in maniera più o meno marcata di tutto l’arco alpino e rientravano nelle scelte economiche delle comunità montane. Dato il delicato equilibrio tra popolazione e risorse tradizionali, derivanti sostanzialmente dall’economia agraria e silvo-pastorale, la ricerca di guadagno al di fuori di questo contesto assunse nel corso dell’età moderna un ruolo sempre più importante per sfociare in concomitanza con la transizione demografica e la crescità più sostenuta della popolazione nella seconda metà del XIX sec. in movimento di massa. Questo passaggio segnò pure la trasformazione dei mestieri e delle attività dell’emigrazione ovvero dell’ “economia dell’assenza”, come viene anche chiamata. Mentre nella fase preindustriale prevaleva una più o meno marcata specializzazione (oltre al commercio, gli emigranti operavano in vari settori dell’artigianato), con la massificazione del fenomeno si allargarono le schiere dei lavoratori non specializzati, grazie anche ad un crescente mercato del lavoro associato alle grandi opere pubbliche ed agli effetti legati all’industrializzazione, all’urbanizzazione ed alla modernizzazione sociale ed economica più in generale.
Le attività specializzate come il commercio ambulante e l’artigianato, sia stagionale sia di più lunga durata, continuavano comunque a far parte di questo panorama emigratorio, spesso adattate nelle forme e nei livelli produttivi e organizzativi alle trasformazioni del mercato e dei tempi. Il campo commerciale fu del resto sempre caratterizzato da una diversificazione sociale dipendente dalle capacità e dalle fortune degli operatori come ben dimostra ad esempio il caso dei resiani, tra i quali alla folta schiera dei piccoli merciai ambulanti, relegati poco più che ad una condizione di sussistenza economica, facevano riscontro trafficanti più danarosi, fino ai grandi imprenditori titolari di ditte su base capitalistica. Alla luce delle conoscenze fino ad oggi accumulate sembra di poter sostenere che i “guzirovci” della Benecia non rientrassero in quest’ultima categoria, sebbene il caso della colonia “Italijanski hutor”, fondata da un gruppo di emigranti dalla Slavia Veneta presso Vladikavkaz nella seconda metà del XIX secolo, dimostra come questi ambulanti, pur praticado il commercio alla minuta basato ancora sempre più sulla mobilità che sull’investimento, avessero saputo mettere in campo non tanto spirito di avventura, quanto molta competenza ed ingegnosità economica e non ultimo un ragguardevole capitale di base.
Questo ed altri casi fanno riflettere sulle osservazioni che autori contemporanei ci hanno lasciato sull’emigrazione della Slavia Veneta, osservazioni che hanno condizionato il giudizio sul fenomeno emigratorio e sulla realtà beneciana più in generale. C’è chi parla di un commercio povero e in qualche modo poco dignitoso, riferendosi alle “infime” stampe di immagini sacre che gli emigranti compravano presso la stamperia dei Remondini per smerciarle in Ungheria. Altri fanno rilevare la “poca propensione” all’emigrazione, dimostrata effettivamente dalle statistiche dell’emigrazione, ascrivendola alla natura etnica dello Slavo, la cui indole, l’attaccamento alla casa, la mancanza di iniziativa e di coraggio lo porterebbero a rassegnarsi alle misere condizioni offerte dal piccolo appezzamento di terra piuttosto che affrontare “il mondo”. Queste tesi, a parte qualche riflessione occasionale, non sono ancora state oggetto di analisi sistematiche e la stessa Slavia Veneta rimane tutt’ora al di fuori di quella fiorente e proficua attività di studio che negli ultimi trent’anni ha coinvolto il resto dell’arco alpino, sperimentando nuovi approcci e metodi ed inglobando i vari aspetti economici, sociali, demografici, etnici, antropologici e quant’altri (compreso il fenomeno migratorio) in un unico insieme interpretativo. Una ricerca circostanziata e sistematica sul fenomeno dei “guzirovci”, che dovrà per forza toccare anche altri aspetti della storia economica e sociale della Benecia, come pure delle regioni slovene contermini, ancora più trascurate dalla storiografia e da altre scienze dell’uomo, sarebbe un valido contributo non solo alla conoscenza del fenomeno emigratorio in queste aree, ma lo promuoverebbe all’attenzione degli studi sull’emigrazione e sulle comunità montane in generale.
Aleksej Kalc